Domenica 30 Marzo 2025

4esimo Domenica di Quaresima – Anno C

Omelia di Padre Emmanuel Schwab

1era lettura: Giosuè 5, 9a.10-12

Salmo: 33 (34), 2-3, 4-5, 6-7

2esimo lettura: 2 Corinzi 5, 17-21

Vangelo: Luca 15-1-3.11

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Ci sono così tante cose da dire in questo Vangelo che non si sa da dove cominciare. Forse dovremmo riflettere prima sulla figura del padre? Il padre che appare come colui che è la fonte della vita, la vita dei suoi figli. Dà loro ciò di cui hanno bisogno per vivere, senza preoccuparsi di cosa ne facciano. E quando il figlio più giovane se ne va, va in un paese lontano dove sperpera la sua fortuna conducendo una vita disordinata, sa benissimo da dove proviene questa fortuna. In un certo senso, attraverso questa fortuna che ha chiesto al padre - uccidendolo simbolicamente perché di solito si riceve l'eredità solo dopo la morte di colui dal quale si eredita - questa fortuna conserva in sé il ricordo del padre... È la fortuna del padre. E mentre spende, mentre sperpera questa fortuna, sa bene da dove viene; cosicché, in un certo senso, il padre è sempre con lui.

Quanto al figlio maggiore, il padre è sì sempre con lui, ma il figlio maggiore non lo vede, non lo capisce... O meglio, invece di vivere una relazione filiale con il padre, sembra che vivesse una relazione di schiavo con un padrone: non una relazione di figlio con padre, ma una relazione di schiavo con padrone. Nemmeno lui capiva l'amore del padre.

Quando il figlio più giovane si ritrova in un vicolo cieco, ha speso tutto, ha sprecato tutto, sembra quindi non aver guadagnato nulla: non gli è rimasto nulla. Il ricordo del padre è ancora lì e ritorna. Ritorna con due azioni. Il Vangelo è molto specifico: “Mi alzo… vado a fare” (ἀναστὰς πορεύσομαι). Mi alzo e vado: si tratta di due azioni diverse. L'azione della decisione e l'azione del movimento, cioè della perseveranza nella decisione presa. Non confondiamo questi due momenti, o meglio questi due aspetti del ritorno, perché a volte ci ritroviamo sfiniti nel tentativo di perseverare in una decisione che, in fondo, non abbiamo mai preso: vorrei, ma non posso. Sì, ma lo faccio? veux ? Ho décidé ? A che punto mi sono alzato per poter camminare? ?

Ma se da sdraiato provo a camminare, rimarrò a letto. Se provo a camminare stando seduto, rimarrò seduto. Solo stando in piedi potevo camminare, e questo vale per ogni conversione.

Il figlio ritorna, affinando il suo discorso per cercare di essere accettato e ottenere di meglio di ciò che ha trovato: non ha trovato nemmeno i baccelli che mangiano i maiali. Quando arriva davanti al padre, racconta ciò che ha preparato. Il padre lo interrompe e gli riserva un'accoglienza inimmaginabile! Inimmaginabile per lui, ma non inimmaginabile per santa Teresa. Questo è un tratto caratteristico della bambina che era... Sua madre Zélie scrive in una lettera su Thérèse - e quindi questa lettera ha meno di quattro anni e mezzo:

Non appena fa qualcosa di sbagliato, tutti devono saperlo. Ieri, avendo lasciato cadere accidentalmente un piccolo angolo dell'arazzo, si trovava in uno stato pietoso, e allora ha dovuto dirlo subito a suo padre; Arrivò quattro ore dopo, non ci pensammo più, ma lei andò subito a dirlo a Marie: "Di' subito a papà che ho strappato il giornale". Lei è lì come una criminale in attesa di sentenza, ma ha la sensazione che verrà perdonata più facilmente se accusa se stessa. (MsA 5v — citazione da una lettera di Zélie)

Ciò significa innanzitutto che Teresa viveva in una famiglia in cui le persone si amavano molto. Capì quanto i suoi genitori la amassero. Capì che l'amore che riceveva dai suoi genitori era molto più grande di tutte le stupidaggini che avrebbe potuto fare, di tutti gli errori che avrebbe potuto commettere. E così non esita, quando sa di aver agito male, a venire ed esporsi alla mercé dei suoi genitori.

Ha la sensazione che la gente la perdonerà più facilmente se accusa se stessa...

Il ritorno del figliol prodigo è di per sé una confessione. Le parole che escono dalle sue labbra sono la confessione del suo peccato: "Ho peccato". E cosa scopre? Due braccia spalancate che lo accolgono senza rimproveri. Santa Teresa non ha mai cessato di essere abbagliata dalla profondità della misericordia di Dio. Parlerà addirittura, in una lettera alla sorella Marie, di speranza cieca che ha nella misericordia di Dio (LT 197).

Questa esperienza vissuta da bambina le sarebbe servita per tutta la vita. Riprese questa immagine addirittura due mesi prima della sua morte, in una lettera scritta a un seminarista, padre Bellière. Gli disse: Vorrei cercare di farti capire con un paragone molto semplice quanto Gesù ama anche le anime imperfette che confidano in Lui: suppongo che un padre abbia due figli dispettosi e disobbedienti e che, venendo per punirli, ne veda uno che trema e si allontana da lui terrorizzato, pur avendo nel profondo del cuore il sentimento di meritare di essere punito; e che suo fratello, al contrario, si getta tra le braccia del padre, dicendogli che si pente di avergli fatto male, che gli vuole bene e che, per dimostrarglielo, d'ora in poi sarà buono, allora questo bambino chiede al padre di punirlo con un bacio, non credo che il cuore del padre felice possa resistere alla fiducia filiale del figlio di cui conosce la sincerità e l'amore. Non ignora, tuttavia, che suo figlio ricadrà più di una volta negli stessi errori, ma è sempre disposto a perdonarlo, se suo figlio lo prende sempre per il cuore... Non vi dico nulla del primogenito, mio ​​caro fratellino, dovete capire se suo padre può amarlo tanto e trattarlo con la stessa indulgenza dell'altro... (LT 258 all'abate Bellière – 18 luglio 1897)

Questa è tutta l'esperienza della vita di Santa Teresa: l'esperienza della misericordia di Dio. In definitiva, la nostra difficoltà, come quella del figliol prodigo, è osare credere nella misericordia, osare credere che siamo amati fino a quel punto.

La difficoltà è accogliere un amore immenso e non riuscire a liberarsene. Nella logica del mondo, dobbiamo restituire... i Dupont ci hanno invitato, dobbiamo invitare a nostra volta loro. Questo non è male, ma non è la logica di Dio. La logica di Dio è dare senza contare, dare senza restituire. E noi vorremmo che ci desse qualcosa, ma che non fossimo in debito, che fossimo pagati! E ci perdiamo la misericordia... La misericordia di Dio è un amore gratuito, immenso. Non possiamo che accoglierlo con gratitudine. E abbiamo solo una cosa da fare: dire grazie. Ecco cosa fa Gesù la sera del Giovedì Santo: la parola Eucaristia mezzi grazie, azione di grazia. Ogni domenica iniziamo la nostra settimana con un ringraziamento per la salvezza, per la misericordia. E vogliamo dirlo con il ringraziamento di Gesù. Allora Dio Padre ci dona Gesù nella comunione perché possiamo vivere questo ringraziamento. E come viviamo questo grazie? Imitando Dio e quindi diffondendo misericordia attorno a noi, donando amore gratuito. Si tratta di lasciarci attraversare dalla misericordia di Dio. Dio ci mostra misericordia affinché noi mostriamo misericordia ai nostri fratelli: rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Attraversiamo…

Naturalmente vorremmo amare Dio senza peccato. Sì, la Chiesa ci insegna che la grazia di Dio ci consente di rinunciare a ogni peccato mortale, cioè a ogni peccato grave commesso in piena coscienza. Ma Thérèse sa bene che in amore non possiamo evitare i nostri difetti.

In un'altra lettera a Bellière, gli diceva: Sono pienamente della tua opinione, "Il Cuore divino è più rattristato dalle mille piccole indiscrezioni dei suoi amici che dalle colpe, anche gravi, commesse dagli uomini del mondo" ma, mio ​​caro fratellino, mi sembra che solo quando i suoi, non accorgendosi delle loro continue indiscrezioni, ne fanno un'abitudine e non gli chiedono perdono, Gesù possa dire queste toccanti parole che la Chiesa ci mette in bocca durante la Settimana Santa: "Queste piaghe che vedi in mezzo alle mie mani, sono quelle che ho ricevuto nella casa di coloro che mi hanno amato!". Per coloro che lo amano e che vengono dopo ogni indelicatezza a chiedergli perdono gettandosi tra le sue braccia, Gesù sussulta di gioia, dice ai suoi angeli ciò che il padre del figliol prodigo disse ai suoi servi: "Rivestitelo della sua prima veste, mettetegli l'anello al dito, rallegriamoci. «Ah! Fratello mio, quanto poco sono conosciuti la bontà e l'amore misericordioso di Gesù!… È vero che per godere di questi tesori, bisogna umiliarsi, riconoscere il proprio nulla, ed è ciò che molte anime non vogliono fare. (LT 261 all'Abate Bellière – 26 luglio 1897)

E per concludere, quest'altra parola di Thérèse in un'altra lettera, sempre allo stesso abate Bellière:

Ah! Mio caro Fratellino, da quando mi è stato fatto comprendere anche l'amore del Cuore di Gesù, ti confesso che ciò ha scacciato ogni paura dal mio cuore. Il ricordo dei miei difetti mi umilia, mi porta a non fare mai affidamento sulla mia forza che è solo debolezza, ma ancor di più questo ricordo mi parla di misericordia e di amore. (LT 247 all'abate Bellière – 21 giugno 1897)

Fratelli e sorelle, con quanto ascoltiamo oggi nelle letture della liturgia e in questa proclamazione della Parola di Dio, chiediamo la grazia di saper preparare con serietà la nostra confessione pasquale, così da poter andare dal sacerdote prima di Pasqua per ricevere la misericordia di Dio.

Amen

Padre Emmanuel Schwab, rettore del Santuario