Omelia di Padre Emmanuel Schwab
5esimo Domenica di Pasqua – Anno B
1era lettura: Atti 9, 26-31
Salmo: 21 (22), 26b-27, 28-29, 31-32
2esimo lettura: 1 Giovanni 3,18-24
Vangelo: Giovanni 15,1-8
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“A parte me, non puoi fare nulla ". Gesù non dice: “senza di me non andrete fino in fondo”. Non dice: “senza di me non potete fare tutto”. Ci dice: “Senza di me non puoi rien FARE ", e sbaglieremmo a non prendere Gesù sul serio. Perché se potessimo fare le cose senza di Lui, allora non ci sarebbe stato bisogno che Lui desse la Sua vita sulla croce per salvarci. Dobbiamo misurare la drammaticità della nostra condizione di uomo peccatore; ma dobbiamo anche misurare la potenza ancora più grande della misericordia di Dio il quale ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, affinché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.
In questo capitolo 15 di San Giovanni, di cui leggeremo il seguito domenica prossima, il Signore si affida all'allegoria della vite perché comprendiamo meglio come si articola la nostra vita con la sua, e allo stesso tempo comprendiamo la Piazza della Chiesa. Io sono la vite, disse Gesù. La vite è tutto; è la vite intera, i tralci, i frutti. Lui è il Tutto e ciascuno di noi è innestato in questa vite... ne prende parte. Paolo, con un'altra allegoria, ce lo dirà diventiamo membra del corpo di Cristo (Rm 12,5). È lo stesso mistero e tutti questi rami uniti a Cristo, è la Chiesa. E vediamo chiaramente in questa immagine della vite e dei tralci, come, affinché il tralcio porti frutto, deve scorrere in esso la linfa della vite; Se il ramo non si lascia più nutrire dalla linfa, diventa un ramo secco che non porta più frutto e che bisogna tagliare. Me lo ha insegnato un viticoltore: anche i parigini imparano le cose dalla campagna! — che la vite era una liana; la logica della vite è espandersi; se lasci stare la vite, si diffonde. Perché possa portare frutto bisogna tagliarla perché poi la vite capisce che non può più allungarsi allargando i tralci; prenderà un’altra strada: produrrà frutti per potersi riprodurre e continuare ad espandersi in un altro modo. E così, affinché la vite possa portare frutto, occorre potarla.
E questo è ciò che Gesù ci dice: ogni tralcio che porta frutto lo purifica potandolo. A noi la cosa non piace molto... I rami che non portano frutto si chiamano "golosi", cioè esauriscono la linfa, ma non fanno altro che espandersi.
È anche per noi che ciò che ci viene da Cristo ci fa fruttificare, ci fa cioè rinunciare al nostro egocentrismo e al nostro egoismo per entrare nel movimento della carità che si dona. I frutti che devono essere portati - la gloria del Padre mio è che voi portiate molto frutto – sono i frutti dello Spirito, i frutti della carità. E facciamo eco alla seconda lettura: “Figlioli, amiamo non a parole né con i discorsi, ma con i fatti e nella verità”., e su questo punto Teresa è ovviamente maestra dei novizi, ma anche di noi.
Vi leggo questo brano del manoscritto C:
Gesù […] nell’Ultima Cena […] ha detto [ai suoi discepoli] con una tenerezza indicibile: vi do un comandamento nuovo, cioè che vi amiate gli uni gli altri, e che come io ho amato voi, vi amiate gli uni gli altri altro. Il segno dal quale tutti sapranno che siete miei discepoli è se vi amate gli uni gli altri. […]
Amata Mamma, meditando queste parole di Gesù, ho capito quanto fosse imperfetto il mio amore per le mie sorelle, ho visto che non le amavo come le ama il Buon Dio. Ah! Adesso capisco che la carità perfetta consiste nel sostenere i difetti degli altri, nel non stupirsi delle loro debolezze, nel lasciarsi edificare dai più piccoli atti di virtù che vediamo compiere, ma soprattutto ho capito che la Carità non deve restare chiusa nella profondità del cuore: Nessuno, ha detto Gesù, accende una fiaccola per metterla sotto il moggio, ma la mette sul candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Mi sembra che questa fiaccola rappresenti la carità che deve illuminare, rallegrare, non solo coloro che mi sono più cari, ma tutti coloro che sono nella casa, nessuno escluso. (Ms C 11v.12r)
Sì, portare frutto significa, per Gesù, con Lui e in Lui – e mai senza di Lui – amare tutti coloro con cui entriamo in contatto, nessuno escluso. La logica mondana è scegliere coloro con cui ci associamo. La logica cristiana è lasciarsi toccare da tutte le persone che incontriamo e imparare ad amarle come Dio le ama, con un amore che ricerca nel profondo di noi questa carità che lo Spirito Santo diffonde negli Stati Uniti; questo amore che ci fa imitare Gesù in un'imitazione interiore, intima, possibile solo perché lo Spirito Santo ci è stato dato (Cfr. Rm 5,5). In questa esperienza, in questo cammino, misuriamo quanto non sempre riusciamo. Ci rendiamo conto di quanto spesso ci ritiriamo, di quanto spesso perdiamo queste occasioni di carità concreta da parte dei nostri fratelli e sorelle. Anche qui San Giovanni ci indica un cammino: “Se il nostro cuore ci accusa, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”. In una frase che mi piace citare, alla fine del manoscritto A, Teresa esclama:
Che dolce gioia pensare che il buon Dio è giusto, cioè tiene conto delle nostre debolezze, conosce perfettamente la fragilità della nostra natura. (MSA 83v)
“Se il nostro cuore ci accusa, Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa”. Sbagliamo ad addolorarci per i nostri peccati o ad addolorarci per le colpe degli altri: faremo meglio a guardare alla carità che Dio ci permette di diffondere e alla carità che abita nel cuore dei nostri fratelli e sorelle; faremmo meglio a contemplare l’opera di Dio.
Ciò che ci deve stupire non è che l'uomo pecchi... ciò che ci deve stupire è che un peccatore è ancora capace di carità, che un peccatore è ancora capace di amare come Dio ama, perché siamo in cammino, non siamo ancora a alla fine della strada e dentro di noi tutto è ancora mescolato. E dobbiamo consentire che le cose si mescolino, non diventando complici, né del nostro peccato, né di quello degli altri, non smettendo di lottare contro il peccato, certo... ma non abbiamo mai rimosso le tenebre se non disperdendoci luce, il peccato non è mai stato rimosso se non crescendo nella carità.
Lo capisce bene anche Teresa, che scrive, è in fin di vita a pochi mesi dalla morte:
Ora non mi sorprendo più di nulla, non mi rattristo nel vedere che sono la debolezza stessa, anzi è in essa che mi vanto e aspetto ogni giorno di scoprire in me nuove imperfezioni. Ricordandomi che la Carità copre la moltitudine dei [15v°] peccati, attingo a questa miniera feconda che Gesù ha aperto davanti a me. (Ms C 15)
Sì, fratelli e sorelle, il Signore – lo ascolteremo domenica prossima – è lui che ci ha scelto, che ci ha destinati ad andare e portare frutto e il nostro frutto a restare (Gv 15,16). Il frutto che ci si aspetta è il frutto della carità. Ahimè, sappiamo anche che portiamo i frutti del peccato; ma ciò che deve mobilitare il nostro cuore, mobilitare la nostra attenzione, è innanzitutto essere uniti a Gesù, perché senza di lui non possiamo fare nulla, è cercare con tutti i mezzi possibili in tutte le azioni della nostra vita di amare come ama Gesù.
Così, forse, potremo, negli ultimi giorni della nostra vita, esclamare come Teresa l'11 luglio 97: Si potrebbe credere che è perché non ho peccato che ho una fiducia così grande nel buon Dio. Ti prego, dimmi, Madre mia, che se avessi commesso tutti i delitti possibili, avrei sempre la stessa fiducia, sento che tutta questa moltitudine di offese sarebbe come una goccia d'acqua gettata in un inferno ardente. (CG 11 luglio 6)
Chiediamo la grazia di essere noi stessi infiammati dal fuoco della carità, per diventare noi stessi braciere ardente in mezzo ai fratelli.
Amen
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