Domenica 2 Febbraio 2025

Presentazione del Signore al Tempio – Anno C

Omelia di Padre Emmanuel Schwab

1era lettura: Malachia 3,1-4

Salmo: 23 (24), 7, 8, 9, 10

2esimo lettura: Ebrei 2,14-18

Vangelo: Luca 2,22-40

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«Il Signore che cercate verrà subito nel suo tempio… Chi potrà sopportare il giorno della sua venuta? Chi riuscirà a resistere quando lui si presenterà? » Questo annuncio è tratto dal libro di Malachia, che ci viene proposto oggi come prima lettura; potremmo avere qualche difficoltà a vedere l'adempimento di questo versetto nell'ingresso di questo bambino di 40 giorni nel Tempio di Gerusalemme. Passa completamente inosservato: a parte Simeone e Anna, nessuno lo nota. Nessuno vede in lui il Signore, nessuno vede in lui il compimento dell’annuncio del profeta Malachia. E tuttavia, questa consacrazione del primogenito, come l'abbiamo ascoltata: “Ogni maschio primogenito sarà consacrato al Signore.”, troverà la pienezza del suo compimento, anzitutto nel battesimo nel Giordano, dove Gesù si dona liberamente per prendere il capo del popolo dei peccatori, ma soprattutto nella sua Passione e nella sua Croce, dove Gesù realizzerà pienamente questa consacrazione a Dio, questa offerta di tutta la sua vita a Dio. La Lettera agli Ebrei ci mostra ampiamente come, mediante la sua offerta sulla croce, Gesù entra nel vero Tempio, non costruito da mani d'uomo, che è il Cielo (cfr Eb 8,2; 9,24).

Chi riuscirà a resistere quando lui si presenterà? La Vergine Maria in piedi ai piedi della Croce…

Il Signore offre se stesso; il Signore si offre e il Signore offre se stesso. Egli si dona interamente al Padre perché il Padre lo doni a noi: ce lo dona nell'Incarnazione e ce lo restituisce nella Risurrezione, come dono di misericordia, come dono di perdono per tutti i nostri peccati che hanno portato alla Croce. Attraverso i sacramenti dell'iniziazione cristiana, il Battesimo, la Cresima e l'Eucaristia, siamo posti insieme a Gesù per entrare in questa offerta del Signore, per farla nostra, per diventare noi stessi un'offerta a lode della sua gloria.

Nel numero 10 del grande testo sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, Lumen gentium, la Chiesa ce lo fa sentire: Cristo Signore, sommo sacerdote tra gli uomini (cfr Eb 5,1-5), ha costituito il popolo nuovo «un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» (cfr Ap 1,6; 5,9-10). I battezzati, infatti, mediante la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo, sono consacrati per formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le attività del cristiano, altrettanti sacrifici spirituali e per annunciare le meraviglie di colui che li ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce (cfr 1Pt 2,4-10). Perciò tutti i discepoli di Cristo, perseveranti nella preghiera e nella lode di Dio (cfr At 2,42-47), devono offrirsi come vittime vive, sante, gradite a Dio (cfr Rm 12,1), rendere testimonianza di Cristo su tutta la faccia della terra e rendere ragione, in ogni richiesta, della speranza che è in loro della vita eterna (cfr 1 Pt 3,15).

Sì, siamo consacrati a Dio, per mezzo del Figlio, nello Spirito. E per ricordare a tutti noi che i battezzati sono consacrati a Dio per mostrare al mondo che la vocazione dell'uomo è quella di donarsi interamente a Dio per amore, tra i battezzati alcuni sono chiamati a vivere questa consacrazione in modo più radicale nel celibato per il Regno. Li chiamiamo “consacrati”, e così rischiamo di perdere l’idea che tutti i battezzati sono consacrati! Coloro che, nella Chiesa, nel celibato per il Regno, cercano di vivere più pienamente i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, non sono “consacrati”, mentre altri non lo sono: vivono questa consacrazione in modo più radicale, perché tutti siano incoraggiati a vivere per il Signore.

Sappiamo bene come santa Teresa contempli costantemente questo mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, questo mistero di Dio fatto uomo. Non possiamo citare un passaggio in particolare perché esso è evidente in tutti i suoi scritti. Ella non cessa di contemplare Gesù nella sua umanità e, in questo senso, è veramente figlia della «Madre”, della grande Teresa — santa Teresa d’Avila — per la quale è fondamentale contemplare Cristo nella sua Incarnazione, contemplare l’umanità di Gesù; perché è in questa umanità che il Signore si rivela. Ed è per questo che i Vangeli ci permettono di vedere Gesù, non solo di ascoltarlo, ma di osservarlo muoversi, dormire, mangiare, agire, toccare le persone, prendere in braccio i bambini, ecc. ecc. Il Vangelo ci mostra anche Gesù nella sua Passione, molto concreta, sulla Croce, e ce lo mostra anche nella sua risurrezione, come ci raccontano i testimoni.

Sì, fratelli e sorelle, Dio si è fatto uomo affinché l'uomo, attraverso questo Dio fatto uomo, potesse lasciarsi divinizzare. La nostra vocazione è trovare l'immagine e la somiglianza. La nostra vocazione è vivere la vita stessa di Dio. La nostra vocazione è quella di lasciarci generare alla vita divina, lasciandoci adottare da Dio Padre e imparando a vivere come figli di Dio, come fratelli e sorelle di Cristo Gesù. Imparare a vivere da figli di Dio significa imparare a imitare Cristo: seguirlo per riprodurre in noi tutto il suo mistero, nel nostro genio, nella nostra singolarità. Questa non è un'imitazione di una scimmia, è un'imitazione... come descriverla...? un'imitazione di adesione, un'imitazione amorosa dove cerco di amare come Lui ci ha amati, poiché questo è il suo nuovo comandamento: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34). È lasciandoci amare da Cristo, specialmente nei sacramenti della Chiesa - e in modo particolare nel sacramento della penitenza e della riconciliazione - che impariamo ad amare meglio i nostri fratelli. Ma è anche cercando di amare i nostri fratelli come pensiamo che Gesù li ami, che comprendiamo come Lui ama noi. L’offerta della nostra vita è imparare a rinunciare al nostro piccolo io egoistico per farci servitori di Dio e dei nostri fratelli nei gesti concreti della nostra esistenza.

La celebrazione dell'Eucaristia è una scuola del dono di noi stessi e più che una scuola è un apprendistato al dono di noi stessi. È addirittura un dono di grazia perché riceviamo la capacità di offrirci sempre meglio attraverso Gesù, con Lui e in Lui. Uno dei momenti della celebrazione eucaristica che mi sembra importante vivere più profondamente è il momento dell’Offertorio. Il gesto dell’Offertorio, in cui portiamo il pane e il vino, «frutto della terra e del lavoro dell’uomo», rappresenta l’offerta di tutta la nostra vita a Cristo. Deponendo il pane e il vino sull'altare - l'altare che rappresenta Cristo: poco fa l'ho baciato, l'ho incensato, è onorato con la luce - è come se ci donassimo tutti insieme a Cristo e ciascuno di noi si offrisse a lui, perché lui ci offra al Padre nella sua offerta. Impariamo da Cristo a offrirci al Padre. Nella grande preghiera eucaristica presentiamo al Padre l'unica offerta che ci salva, quella di Gesù, che viene come raccolta nei gesti del Giovedì Santo: "Questo è il mio corpo offerto per te. Questo è il mio sangue versato per te."

Chiediamo al Padre la grazia di farci entrare nell’offerta di Gesù. E la risposta del Padre è donarci Gesù come cibo affinché, per mezzo di Lui, con Lui e in Lui, nel resto della nostra settimana, ci offriamo al Padre in un amore molto concreto per Dio - nella preghiera, tra le altre cose - e per i nostri fratelli nel servizio quotidiano.

La celebrazione eucaristica è una scuola di offerta di sé.

Ecco perché, fin dalle origini, i cristiani si riuniscono ogni primo giorno della settimana, la domenica, giorno del Signore, per ritornare continuamente a questa offerta di Cristo e chiedere la grazia di entrarvi sempre di più, affinché Cristo ci renda sempre più simili a Lui, affinché possiamo realizzare il disegno di Dio che ci ha chiamati alla vita per contemplare in noi il suo Figlio.

Amen

Padre Emmanuel Schwab, rettore del Santuario